Immaginate un luogo dove il profumo della salsedine si mescola da anni con l’odore acre
di solventi chimici e metalli pesanti, un luogo dove i bambini imparano prima il significato
della parola “bonifica” che quello di “giustizia”. Questo luogo esiste, e non è un caso
isolato. Si chiama Crotone, ma potrebbe chiamarsi Taranto, Augusta, Priolo, Caserta o
Melilli.
È il Sud Italia, quello che ha accolto per decenni i rifiuti industriali di un Paese che ha fatto
dell’inquinamento una merce da redistribuire territorialmente.
In questa narrazione del nostro tempo, la Calabria è stata ridotta a cerniera terminale del
sistema nazionale dei rifiuti: un’area di servizio ambientale. Eppure, l’emergenza non è
solo calabrese. È europea. È sistemica ed è figlia di una burocrazia che ha smesso da
tempo di servire l’interesse generale.
A livello continentale, l’Unione Europea ha tracciato una rotta chiara: economia circolare,
riduzione degli impatti ambientali, responsabilità estesa del produttore. Tuttavia, esiste
un’altra verità parallela e contestuale. Molti Stati membri, compresa l’Italia – mentre il
legislatore unionale accelera per modificare l’impalcatura normativa – faticano ancora a
rendere efficiente il ciclo integrato dei rifiuti. L’eccessiva frammentazione del quadro
regolatorio, le autorizzazioni complesse e i conflitti tra competenze rendono il sistema
fragile.
Il principio europeo di prossimità e autosufficienza nella gestione dei rifiuti resta, nei fatti, il
nostro “nord vero” anche se resta evidente una circostanza: dove manca la regia, subentra
l’abitudine: inviare ciò che è scomodo verso Sud, verso territori già martoriati e
deboli nella capacità amministrativa.
Nel nostro Paese, la gestione dei rifiuti si muove in modo complesso, spesso disordinato.
Da un lato, le regioni settentrionali con impianti pubblici avanzati e virtuosi sistemi di
raccolta differenziata, dall’altro, un Sud ancora ostaggio di logiche emergenziali, discariche
e impianti insufficienti.
Tra queste, Crotone, con il suo Sito di Interesse Nazionale (SIN), è diventata emblema di
una distorsione sistemica: nel suo territorio è presente l’unica discarica tecnicamente
attiva, destinata a ricevere anche rifiuti pericolosi da fuori regione.
Eppure, ci si chiede, chi, nel tempo, ha stabilito che la Calabria debba essere la valvola di
sfogo di un sistema nazionale incapace di programmare e pianificare in modo equo?
La Calabria ha già pagato, non solo con le sue falde contaminate, i suoli avvelenati, l’aria
intrisa di polveri sottili, ma anche con le storie di madri, padri e figli spezzati da patologie
tumorali e altre malattie invalidanti.
Ed ecco quindi che la bonifica del SIN di Crotone non deve essere un favore: è un
diritto negato troppo a lungo.
Il sistema attuale non solo è inefficiente: è insopportabile. La vera emergenza oggi è la
mancanza di semplificazione. Ogni fase del ciclo dei rifiuti — dalla classificazione alla
tracciabilità, dalle autorizzazioni agli iter di bonifica — è imprigionata in una giungla
burocratica che rallenta le soluzioni.
Non è possibile continuare a pensare di dover impiegare anni e anni per bonificare
un’area.
Il tempo delle carte deve finire. Adesso è l’epoca dell’azione.
La semplificazione non è un’opzione: è il fondamento della sostenibilità.
Il mio convincimento è che l’Italia debba implementare e/o dotarsi di un sistema di
impianti pubblici interregionali tecnologicamente avanzati, distribuiti in modo equo,
così che nessuna Regione sia più la discarica dell’altra. E questo si può fare solo
rimuovendo i colli di bottiglia amministrativi che rallentano ogni fase del processo.
Mentre Eni Rewind ed Edison si fanno carico come soggetti obbligati della bonifica — con
costi e pressioni costanti —, il territorio sembra restare ostaggio della lentezza
istituzionale. Non possiamo più accontentarci di soluzioni tampone. Crotone non può
essere usata come laboratorio tossico della lentezza italiana.
Il cittadino calabrese non è meno importante né meno esigente di quello lombardo o
veneto: chiede impianti efficienti, tutela della salute e, soprattutto, rispetto. Un rispetto
che dovrebbe tradursi in una legge regionale chiara: “Stop ai rifiuti extra-regionali in
Calabria”, accompagnata da una visione nazionale capace di offrire soluzioni
sostenibili e concrete.
Forse dobbiamo cambiare prospettiva. Se la terra calabrese fosse nostra madre, una
madre purtroppo già malata, permetteremmo ancora che le scarichino addosso altre
tonnellate di veleni? Se le acque contaminate fossero quelle che abbeverano i nostri figli,
saremmo così propensi a mandare tutto a “carte bollate”?
Crotone non è un caso tecnico: è una ferita morale. È un promemoria del futuro che
stiamo negando a noi stessi.
Ora è il tempo del fare, del fare insieme e non del demandare e rimandare. Perché se c’è
un prezzo che la Calabria ha già pagato, è quello dell’indifferenza.
E su questo, la storia – fatta dagli uomini – non può più essere complice.
