Margherita Corrado (M5S Senato) su concorsi art. 97

Mi propongo di depositare una interrogazione al Ministro per i Beni e le Attività Culturali in merito alle selezioni dei nuovi direttori di sei musei autonomi, appena concluse. La...

Mi propongo di depositare una interrogazione al Ministro per i Beni e le Attività Culturali in merito alle selezioni dei nuovi direttori di sei musei autonomi, appena concluse.

La procedura concorsuale adottata è infatti sancita dall’art. 14, comma 2-bis dell’ormai collaudato D.L. 83/2014, articolo che, in attesa di essere auspicabilmente abrogato, poteva (e doveva, a mio avviso) essere disapplicato, non avendo cogenza. Si tratta, infatti, di un meccanismo giuridico formalmente legittimo ma che rappresenta uno schiaffo alla Costituzione, perché viola l’art. 97, che vincola l’accesso ai pubblici uffici ad un concorso pubblico. Stando al D.L. voluto dall’ex ministro Franceschini, alla scadenza dei contratti, triennali o quinquennali, le poltrone dei super-direttori possono (non devono) essere rimesse in palio mediante “procedure di selezione pubblica”. Per le loro caratteristiche, però, queste non sono concorsi pubblici in senso stretto. Non impongono, infatti, lo stesso rigore di valutazione e non prevedono prove scritte ma si affidano esclusivamente ad orali non tecnici. C’è di più: chiunque reputi di avere requisiti adeguati, può aspirare e concorrere all’assegnazione del prestigioso incarico e il conferimento fa automaticamente del fortunato un dirigente di seconda fascia o un direttore generale, anche se è un semplice funzionario (vd. il caso di Venezia) – come se al concorso di magistratura potessero partecipare anche i cancellieri, o il concorso di primariato ammettesse pure gli infermieri di sala operatoria – o appartiene ad altro ministero, e persino se è esterno alla P.A. (vd. Caserta). E ciò accade nonostante che il compito principale del direttore sia la gestione amministrativa del museo, non la cura degli allestimenti o la valorizzazione.

Concorrere è comunque un verbo appropriato solo per la parte iniziale del percorso di chi si candida a dirigere un museo di prima fascia, non per la fase decisiva. Il compito delle commissioni esaminatrici, costituite ciascuna da 5 soggetti che, pur chiamati a valutare futuri dirigenti e direttori museali, possono, com’è accaduto per quelle di Venezia, Caserta e Pompei, non possedere dette qualifiche ma essere tutti docenti universitari, e ben lontani dalla “chiara fama”, si esaurisce con la designazione di una terna di idonei. L’individuazione del vincitore spetta invece al Ministro. Il prescelto non può, quindi, essere equiparato al vincitore di un concorso pubblico; il suo profilo è quello di un nominato e la nomina, fiduciaria, a rigore dovrebbe venire meno alla caduta del titolare del dicastero. Non basta. La qualità dei professionisti esterni al MiBAC che, giocoforza, sono i principali beneficiari della procedura in esame, attratti da ruoli e stipendi ai quali altrimenti non avrebbero accesso, non è affatto garantita. Figure marginali di liberi professionisti che si muovono nel sottobosco dei palazzi della politica e spingono/sono spinti anche con azioni di lobbing potrebbero, infatti, incontrare il favore di una commissione meno che integerrima e persino del decisore politico.

D’altra parte, nei ranghi del MiBAC o della P.A. in genere, e anche fuori da quella, chi non è tra i papabili perché manca di adeguati appoggi, pur avendo magari alle spalle fior di competenze ed esperienze, è scoraggiato a rispondere al bando dalla certezza dell’esito infausto della selezione e dalla consapevolezza, beffa ulteriore!, di essere persino strumentale a tutta l’operazione. Bene che vada, infatti, fornirà un contorno alla figura pre-scelta, come Dimas e Gestas ai lati del Crocifisso, se mi si consente il paragone blasfemo, ma senza che alcuno dei due possa sperare di condividere il paradiso… Interrogherò il ministro Bonisoli, dunque, sull’opportunità di rinunciare, per il futuro, al ricorso ad uno strumento giuridico a causa del quale TRASPARENZA e MERITOCRAZIA, due principi cardine del cambiamento tanto auspicato e per il quale si batte da sempre il M5S, sono sacrificati alla più stantia delle logiche della vecchia politica: quella dei nominati, appunto.

 

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