A Sant’Andrea Apostolo la partecipata e coinvolgente presentazione del libro e del docufilm dedicato alla dinastia dei suonatori di zampogna, la famiglia Ranieri

Parlare della famiglia Ranieri, vera e propria “dinastia” di suonatori e costruttori di zampogna, nel proprio paese d’origine – Sant’Andrea apostolo dello Jonio – non può che suscitare suggestioni...

Parlare della famiglia Ranieri, vera e propria “dinastia” di suonatori e costruttori di zampogna, nel proprio paese d’origine – Sant’Andrea apostolo dello Jonio – non può che suscitare suggestioni emotive capaci di intensificare il grande abbraccio della comunità che in quelle storie ritrova se stessa e le proprie radici, di ricordo in ricordo. La preziosa occasione, impreziosita dalla presenza  è stata offerta dalla presentazione del libro e del docufilm realizzato dal musicista e docente Danilo Gatto, realizzato con i fondi regionali Pac 2014-2020, che ha permesso ai tanti appassionati ed interessati al repertorio della musica popolare calabrese di avere un quadro assai significativo di una serie di straordinari interpreti grazie ai quali la tradizione popolare musicale della regione è giunta sino a noi. Una storia, raccontata dalla voce di Giuseppe Ranieri, musicista e maestro di Sant’Andrea Apostolo dello Jonio e che continua ancora oggi nelle generazioni successive, sia pure lontano dalla Calabria, nella nuova realtà delle Langhe (Piemonte) a causa dell’emigrazione. Danilo Gatto, dopo il saluto del sindaco di Sant’Andrea Apostolo Nicola Ramogida, ne ha parlato con l’antropologo Paolo Apologo, con l’insegnante Sergio Di Giorgio; l’antropologo Stefano De Matteis e il regista Eugenio Lijoi. Ed in particolare con Marco Lion, amico di Marco Giacomelli il fotografo marchigiano che in un affascinante viaggio in Calabria, risalente agli anni ’80 ha conosciuto Giuseppe Ranieri, immortalandolo in foto di una intensità ed un verismo impressionati. Immagini riprodotte nella mostra allestita al fianco della piazza dove si è svolto il convegno, nella scuola elementare al fianco dei  Giardinetti Piazza Nicolas Green. Una chiacchierata impreziosita dalla presenza, in prima fila, dai diretti discendenti di quella generazione di musicisti, fiera espressione della famiglia Ranieri. Viaggiando tra storie, ricordi, mitologie e fatti di vita, è stato ricostruito il mondo che ruotava intorno alla zampogna a chiave, centro della cultura musicale della zona che dallo Jonio catanzarese risale verso le Serre, di cui Giuseppe Ranieri, insieme al fratello Saverio, è stato certamente fino ai primi anni 2000 il più grande esponente. I ricordi del professore Di Giorgio, in particolare, hanno testimoniato come Giuseppe Ranieri fosse dotato di grandissima capacità tecnica ma soprattutto di un’umanità aperta e contagiosa, suscitando intorno a sé non solo l’ammirazione dovuta ad un grande maestro, ma l’affetto e la devozione dei tanti che, mossi originariamente dall’interesse musicale, hanno trovato nella sua casa un luogo dove crescere, imparare, maturare dei valori più attuali e necessari che mai. Il patrimonio più importante, oltre alla musica, quindi è la tradizione espressa dalla famiglia. “A scuola abbiamo studiato cose importanti – ha detto l’antropologo Apologo – ma ci è stato nascosto che fatto che nelle piccole comunità, soprattutto del Sud, gente come i Ranieri erano i custodi di un segreto importante che dovremmo imparare a ricordare: il senso dell’accoglienza, e la capacità di dare benessere attraverso quella capacità. In questo modo si mantiene alto il senso della comunità e i valori che vanno custoditi e valorizzati per preservare il futuro”. Di Mario Giacomelli – (1925-2000), uno dei fotografi italiani più conosciuti e apprezzati al mondo, che per una decina di giorni nel 1984 e nel 1985, riprende il suo personale contatto con il Sud che aveva fotografato ormai più di venticinque anni prima – e del suo rapporto con Ranieri, ha parlato Marco Lion, amico di Giacomelli. “Ancora alla ricerca di paesi, atmosfere, persone, animali, muri, vicoli, luci e ombre da fermare e rimodellare secondo le proprie sensazioni ed emozioni, servendosi della macchina fotografica. Partito con in testa la dimensione sospesa, quasi onirica delle sue “Storie di terra” e delle sue foto di Scanno e Peschici, Giacomelli – spiega Lion – incontra un’antichissima civiltà e un territorio affascinante ma ormai sopraffatti dallo scempio urbanistico e dall’omologazione culturale. “In Calabria non vedi, ma senti” diceva. Sentiva la profondità, la forza delle persone conosciute durante quel viaggio, l’umanità degli incontri avvenuti, la bellezza di quella terra, di quei paesi che mostravano un passato di fatica, povertà e dignità e un presente di miseria, omologazione e abbandono. Sarà solo attraverso la poesia “Il canto dei nuovi emigranti” di Franco Costabile che Giacomelli riuscirà a collegare quello che aveva vissuto e le situazioni colte con l’obiettivo e, finalmente, a trovare “il senso delle assenze della Calabria”. Risale all’ottobre 1985 l’incontro tra Giuseppe Ranieri e Mario Giacomelli: prima in campagna tra gli animali, le “canne” e gli otri di pecora conciati per costruire le “ciarameddhe”, poi a cena, con tutta la famiglia Ranieri, nella loro casa a Sant’Andrea Apostolo dello Jonio. A quel minuto Dioscuro, e alla sua famiglia, Giacomelli ha dedicato molti scatti, di fatto l’unica sequenza fotografica del suo lavoro calabrese. Per Giacomelli fu un incontro che ricordava sempre con un affetto misto a commozione per quel piccolo contadino musicista che non comprendeva quando parlava in dialetto ma che capiva benissimo quando incrociava i suoi occhi o quando ascoltava la sua musica”. E dopo un momento conviviale a base di buon vino e specialità gastronomiche locali, la proiezione del docufilm di Danilo Gatto che ha coinvolto e commosso tutti, ancora una volta.

 

 

News Correlate